ANSIA: facciamo chiarezza

“Ho l’ansia!, sto male.” “Mi sento agitato, ho l’ansia a mille, non ce la faccio” “Non voglio stare così non riesco a dormire, non riesco a pensare, sto troppo male”

Che cosa è l’ansia? Perché esiste? È una malattia da curare? facciamo un pò di chiarezza.

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L’Ansia è una emozione universale con la quale ci siamo evoluti perché ci aiuta.

L’ansia di per sé NON è patologica ed è utile, anche se molti di voi non saranno d’accordo ma la sua utilità risiede nel fatto che questa emozione, quando scaturisce in modo fisiologico come risposta ad uno stress o ad uno stimolo percepito come pericoloso prepara la mente ed il corpo a rispondere nel modo più efficace possibile.

Immaginate di avere un colloquio di lavoro importante e di sentirvi tesi, di aver lo stomaco chiuso ed il pensiero in testa del discorso che avete preparato. Questa è ansia fisiologica e vi sta aiutando ad essere concentrati sul compito, a non farvi distrarre ecc.

Ora immaginate il nostro antenato Homo Sapiens che mentre va raccogliendo bacche nella foresta passa vicino all’entrata di una caverna: il suo respiro si fa più intenso, i suoi battiti cardiaci aumentano, le pupille si chiudono i muscoli diventano trofici. Cosa gli è successo? il suo corpo e la sua mente hanno individuato lo stimolo “caverna” come un possibile pericolo, dentro potrebbe esserci un animale che lì ha fatto la sua tana e potrebbe attaccare quindi il nostro antenato senza rendersi conto si è preparato a fuggire ed è stato aiutato a mantenere l’attenzione sul pericolo eventuale. Questa è la reazione automatica che il nostro cervello si è conservato fino ai giorni nostri perché ci ha aiutato e difeso dai pericoli.

l’ansia fisiologica è una nostra alleata.

L’ansia diventa un problema da risolvere in 2 circostanze: 1) quando il livello di attivazione della risposta anasiosa (sintomi fisici e pensiero) è talmente alta da diventate non più utile a svolgere un compito ma anzi controproducente.

2) Quando la risposta ansiosa si innesca in conseguenza a degli stimoli che l’individuo percepisce come pericolo ma che pericolosi non sono. (Ad es. “non prendo l’ascensore o la metropolitana perché i luoghi chiusi mi danno ansia”)

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E.M.D.R. un acronimo che diventa popolare

Sempre più spesso mi capita di ritrovarmi a spiegare cosa è l’E.M.D.R. e a cosa funziona.

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Per cosa si usa questa tecnica non è poi difficile da spiegare: è la tecnica di psicoterapia più efficace per gestire e risolvere tutti quei problemi che possono insorgere dopo aver vissuto un evento traumatico.

Per evento traumatico immaginate qualunque situazione nella quale avete sentito di essere in “pericolo di vita” (calamità naturali, incidenti, rapine, abusi, lutti improvvisi ecc).

Ma anche quelle esperienze che sembrano oggettivamente poco rilevanti ma assumono un peso soprattutto se ripetute nel tempo o subite in momenti di particolare vulnerabilità o nell’infanzia. È allora che trascuratezza, umiliazioni, abbandoni e paure possono lasciare il segno modificando i nostri atteggiamenti, le emozioni e le relazioni con gli altri.

 

 

Detto quando si usa l’E.M.D.R. rimane da spiegare COSA fa e anche COME lo fa.

E qui di solito la spiegazione si complica un po’, perché c’è questo discorso dei movimenti oculari, del ricordo dell’evento traumatico e perché sta diventando una tecnica conosciuta ma ancora non è “famosa”, almeno qui in Italia.

Questa volta però mi è venuto in aiuto nientemeno che il Dipartimento Statunitense per i Veterani di guerra che ha prodotto un video divulgativo su come l’E.M.D.R. può aiutare e risolvere i disturbi che si creano dopo un evento traumatico.

Ma prima provo a dirvi io “cosa” fa questa tecnica: ritorniamo ai 2 tipi di eventi traumatici che ho descritto prima: quelli in cui vi siete sentiti in pericolo di vita e gli altri.

Ebbene in entrambi i casi insorgono diversi tipi di sintomi che possono “frenare” o compromettere molto la vita di tutti i giorni. L’E.M.D.R. aiuta la persona a “metabolizzare” l’evento o gli eventi traumatici facendoli diventare dei ricordi (seppur spiacevoli) che appartengono al passato e NON hanno più il potere di influire sul presente e sul futuro.

Ed ora ecco come lo spiegano gli Americani:

FUTSALAB La Divisione Calcio a5 per la formazione dei professionisti

Il FUTSALAB è un progetto della Divisione Calcio a5 fortemente voluto dal Presidente Andrea Montemurro e ben coordinato dal Mr Alessio Musti che si è da subito prefissato un obiettivo di grande valore: mettere a disposizione, gratuitamente, al più alto numero di professionisti possibile le best practice in termini di aggiornamento sportivo.

Ho l’onore e l’onere di partecipare a tale progetto per l’ambito che mi compete: la Psicologia dello Sport e fin dal principio il mio sforzo è stato quello di condividere con i tanti che hanno assistito alle giornate di aggiornamento 2 elementi che ritengo fondamentali: da una parte mettere a disposizione dei professionisti che operano nei settori giovanili quei preziosi contributi che la PEDAGOGIA e la Psicologia dell’età evolutiva possono dare e dall’altra agli allenatori che operano nello Sport agonistico i principi base di Allenamento Mentale.

Per quanto riguarda i settori giovanili il punto di partenza è questo:

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Una figura di riferimento è sempre un EDUCATORE quindi è tenuto a conoscere chi ha di fronte, come funzionano i bambini ed i ragazzi e quali sono le accortezze da seguire nell’insegnamento della disciplina.Schermata 2018-05-22 alle 11.00.35.png

Per quanto riguarda, invece, il contributo che la Psicologia dello Sport può dare all’ambito agonistico del Futsal Italiano i temi sono molti e tutti di grande interesse.

Qui voglio solo suggerire un tema:

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Il lavoro sulla Pre Performance Routine è solo uno dei tanti accorgimenti che potrebbe apportare un grande arricchimento nel livello di preparazione alla gara delle squadre professioniste.

Per non parlare dell’allenamento che riguarda una caratteristica saliente del Futsal ossia la velocità di gioco e quindi la possibilità di allenare lo Stile Attentivo dei giocatori, accrescere le loro capacità di “pensare velocemente”.

Questi sono solo alcune esempi dei temi trattati, per chi fosse interessato ricevere il materiale completo o a specifiche domande in merito può lasciare un commento a questo post o scrivermi: felici.pietro@gmail.com

OPEN AGASSI SAGA Prefazione

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E’ passato un anno intero da quando ho girato l’ultima pagina di Open, di Andre Agassi. Dove per ultima pagina intendo quella dei ringraziamenti, perché Open è uno di quei libri che vorresti non finissero mai e allora quando finiscono cerchi sempre una cosa in più come quando rimani senza sigarette e rovisti tutta casa nella speranza di essertene dimenticata una da qualche parte.

Il caso vuole (sempre che ci sia ancora qualcuno là fuori che crede nel caso) che alcune persone a me vicine abbiano iniziato a leggerlo adesso, con una estate di ritardo rispetto al mondo…

La cosa mi ha posto di fronte alla bruciante invidia di chi vede nell’altro la nascita di qualcosa che a lui non può più capitare o almeno non nello stesso modo.

E allora eccomi qua, stavolta è deciso, devo.

Devo costringermi a fare quello che avrei dovuto fare appena finita la lettura di Open: commentarlo.

Anzi, in realtà, la sfida è un’altra: non c’è nessun bisogno dell’ennesima recensione del libro, quello che vorrei fare è prendere i tanti spunti della vita di un uomo assolutamente distante da me e da molti di voi che leggete – sia geograficamente che caratterialmente – e svelarne l’insegnamento, la parte latente, ciò che è invisibile, ma che è il vero testo dell’argomento.

Lo farò un pezzo alla volta. Un colpo alla volta, con la presunzione di SPIEGARE qualcosa.

In ogni caso “colpirò sempre più forte”!

p.s. avviso ai lettori: il prossimo post riguarderà la prima parte del libro, da non leggere se non siete arrivati almeno a pagina 69.

Suicidio assistito e diagnosi Psichiatrica

stava bene

Francesca, questo è il nome della figlia del giudice D’Amico, sembra aver capito tutto.

Sembra aver capito quello che sarebbe un ovvio, se non vivessimo in una cultura dominante dove le credenze religiose da una parte ed il pensiero razionale dall’altra, deformano le cose della realtà e confondono i pensieri.

Quella che solo il Fatto Quotidiano ha raccontato domenica scorsa è una storia di fallimento. A fallire è la medicina. In Svizzera una persona senza nessuno scrupolo ha applicato le procedure per il suicidio assistito ad un paziente che ha finto di avere una malattia del corpo mentre in realtà era affetto dalla malattia della mente: la depressione. La conclusione è che un uomo che doveva essere curato è stato aiutato a commettere un suicidio.

Le procedure per evitare tali tragedie esistono, una tra le più famose cliniche che si occupano di fine vita aveva rifutato la richiesta del paziente in questione…. e la figlia sembra aver capito quel che è successo dopo.

Buona lettura

il Fatto 7.7.13
Il suicidio assistito del giudice D’Amico: “Ma papà stava bene”
Parl Francesca, figli dell’ex Pg calabrese
“Andava aiutato a vivere, non a morire”
di Sandra Amurri

Ore 18,25. 11 aprile 2013. “Pronto, parlo con Francesca D’Amico? Sono la dottoressa Erika Preisig, le comunico che suo padre è venuto varie volte da me per richiedere il suicidio assistito. Oggi è morto, non poteva più vivere, stava troppo male, voleva andare”. Un pugno di parole che la tramortiscono. “Forse ha sbagliato persona. Papà due giorni prima aveva parlato al telefono con il mio fidanzato e nulla lasciava presagire un suicidio”. La Preisig, con tono deciso, le risponde: “Capisco sia difficile da accettare, ma questa è la realtà, le invierò il certificato di morte, e per volontà di Pietro il suo corpo verrà cremato il 22 aprile. Buonasera”.
FRANCESCA è l’unica figlia del sostituto procuratore generale di Catanzaro Pietro D’Amico, 62 anni, indagato e assolto nel-l’inchiesta Why Not per fuga di notizie. Pietro ha scelto la “morte dolce” per mano della dottoressa Erika Preisig di Basilea. Capelli lunghi, tratti raffinati, laureanda in Medicina: “Papà non era affetto da alcuna malattia inguaribile, non era un malato terminale. È stato aiutato a suicidarsi e l’istigazione o l’aiuto al suicidio è un reato anche in Svizzera”. E precisa: “La depressione di papà, come hanno scritto alcuni giornali strumentalmente, non era conseguenza della vicenda giudiziaria: era sereno, sapeva che avrebbe dimostrato la sua estraneità alle accuse, come è avvenuto. Inoltre ho pieno rispetto per chi compie questo gesto estremo, per chi si batte contro l’accanimento terapeutico e per il diritto ad una morte serena, casi ben distinti da questo”. Ripensa a quelle parole: “Non poteva più vivere, stava troppo male? Mio padre era ipocondriaco, le malattie semmai le somatizzava, ma aveva il terrore di farsi visitare, perfino di andare dal dentista. Era depresso, a fasi alterne, questo sì, ma non incurabile”. Il suo avvocato Gennaro Falco, quindi, si reca a Basilea per bloccare la cremazione e far eseguire l’autopsia. “Il legale con il collega italo-svizzero Alberto Nanni va a casa poi nello studio della dottoressa Preisig e resta sconvolto dalle sue dichiarazioni e dai luoghi”. Un monolocale in cui la Preisig, aiutata dal fratello Ruedi, che filma la scena, istruisce il paziente ad attivare la flebo contenente il farmaco letale, poi chiama il procuratore di Basilea e il medico legale per attestare il decesso. “Una stanza non attrezzata alla rianimazione anche per un’ultima esitazione del paziente”. La Preisig all’Espresso ha raccontato: “Quando Pietro ha aperto il rubinetto della flebo teneva un crocifisso che mi ha pregato di inviare alla figlia una volta morto. Era affetto da una patologia degenerativa invisibile agli strumenti medici”. Parole che Francesca definisce “agghiaccianti e foto disumane affidate ad un giornale per descrivere quei riservatissimi momenti di papà. Non ho ricevuto alcun crocifisso. Malattia invisibile, certo, papà non aveva prodotto nessun esame diagnostico oltre ai due certificati redatti da medici italiani (per amicizia o in cambio di denaro? Questo dovrà accertarlo la magistratura, ndr) nei quali viene anche descritto incapace di muoversi, di provvedere a se stesso e con la grafia tremante, mentre quel giorno si è recato a Roma, da dove ha preso il treno per Basilea, alla guida della sua auto dopo aver scritto a me e a mia madre una lettera piena d’amore”.
REFERTI che la Dignitas, l’associazione che si occupa di suicidio assistito – 8.500 euro solo per la richiesta anche se non accettata – dove la Preisig lavorava prima di fondare la Lifecircle, ha respinto più volte. “I requisiti provati diagnosticamente sono: malattia inguaribile e stadio terminale, per questo si è rivolto alla Preisig”. Come conferma lei stessa nella e-mail, in un italiano incerto, ad un parente del magistrato che l’ha incontrata: “Mi sento molto, molto male che Pietro ha fatto a me… Sono delusa del fatto che mi ha mentito Pietro per tre anni. Era intelligente ed io ancora non riesco a credere che era solo depresso… e lui ha simulato il rapporto del dottore… così buono o anche pagato il dottor… che ha redatto il rapporto. Gli ho chiesto per tre anni per continuare a vivere, non ho potuto dire di no ancora una volta. Io non volevo prenderlo, non sapevo che era così popolare, Pietro ha la sua pace ma mi sento tradita da lui perché mi ha mentito quando ha falsificato tutti questi rapporti… vorrei ancora una volta domandare scusa che non ho verificato se i rapporti sono veri… ”. Francesca spiega che “non è stato rispettato neanche il regolamento svizzero che impone la produzione di due certificati redatti da medici terzi, perché uno è della Preisig che ha prescritto il farmaco letale”.
Ora la famiglia attende un ultimo esito: la prima valutazione dell’autopsia eseguita dall’Institut Für Rechtsmedizinder Universitat di Basilea diretto dal Professor Dr V. Dittmann, alla presenza del medico legale di parte, la dottoressa Bonetti di Modena, “ha escluso che papà fosse affetto dalla malattia descritta sui certificati e da altre patologie incurabili. Papà non avrebbe mai avuto il coraggio di togliersi la vita se non avesse incontrato chi lo ha assecondasse in un momento di difficoltà. Oltre alla mancanza di un approfondimento del quadro clinico con esami strumentali e di laboratorio non vi è stata attenzione nel riconoscere il suo disagio emotivo, considerando che i disturbi di tipo psicologico o psichiatrico di per sè possono indurre alla simulazione di sintomi. Papà andava aiutato a vivere non a morire e la dottoressa Preisig era la persona meno adatta, visto ciò che ha dichiarato a L’Espresso, rispetto al suo vissuto. È incomprensibile anche la tolleranza delle autorità elvetiche per la prassi consolidata – ogni lunedì e giovedì – al termine della quale loro stessi certificano le modalità del decesso”.
Francesca D’Amico conclude il racconto più doloroso della sua vita mentre stringe al petto la lettera del padre e ripete che la sua battaglia è appena cominciata.

La malattia mentale Secondo la Psichiatria Forense

Eccoci qui di nuovo!

Mai abbassare la guardia cari miei. Mai un momento di relax, perché quando meno te lo aspetti ecco che i mezzi di comunicazione di massa ti sparano uno di quei messaggi. Questa volta nemmeno tanto subliminali, anzi!

Viene detto esplicitamente: un genitore che ammazza il/la figlio/a non è un malato di mente. Ma la cosa migliore del discorso criminale dello psichiatra in questione è quanto ci racconta per spiegarci che una persona può uccidere la propria prole senza essere un malato di mente: ad esempio un marito che vuole vendicarsi della propria moglie uccide la figlia per raggiungere tale scopo. Ebbene questo secondo il Dr. tal dei tali (preferisco non nominarlo nemmeno) NON è malattia mentale ma “tragica” normalità.

Vedete come è difficile? Non ci si può rilassare nemmeno un attimo perché i messaggi che la cultura (Uno Mattina sulla televisione di stato) veicola e che confondono la mente delle persone sono martellanti e bisogna avere occhi aperti e svegli per intercettarli e smascherarli immediatamente.

Si certo si potrebbe obiettare che il Dr. psichiatra forense parla da un punto di vista legale. Effettivamente in Psichiatria Forense il malato è colui che non è in grado di intendere e di volere oppure colui che rientra nei canoni delle diagnosi psichiatriche secondo l’ICD 9 (una versione europea del manuale dei disturbi americano DSM). Ma quando si parla dinnanzi ad una telecamera si ha il dovere di dare informazioni complete e comprensibili. Di certo non si può affermare che uccidere un figlio per vendicarsi della propria moglie non sia malattia mentale!

Arrivare ad un gesto simile, soprattutto con una motivazione come quella significa aver svuotato di umanità il proprio figlio, annullarlo completamente e contemporaneamente raggiungere un livello di odio tale da farlo diventare reazione fredda e lucido calcolo, completamente avulso da qualunque residuo di affettività, quindi di umanità. Ovvero l’essenza della malattia della mente!

I no di Laura Boldrini

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Sul quotidiano La Repubblica del 16/5 il presidente della Camera dei Deputati ci regala un estratto dell’intervento che ha letto ad un convegno: (fonte: http://spogli.blogspot.it)

I no che noi donne dobbiamo dire

CI SONO almeno due concetti che potrebbero essere evitati nelle cronache ormai quotidiane sulla violenza contro le donne.
Il primo è il concetto di “emergenza”. C’è infatti uno strano automatismo nel nostro Paese.
Secondo il quale se episodi analoghi e gravi si ripetono con una certa frequenza vuol dire che si deve rispondere con una logica emergenziale. Ed invece nel bollettino quotidiano dell’orrore contro mogli, fidanzate o amanti c’è una violenza stratificata e con radici profonde. Più aumentano i casi, più si dovrebbe ragionare in termini di problema strutturale e quindi culturale.
Il secondo concetto è quello di ‘raptus’, riportato spesso nei titoli dei giornali. Quando però si va a leggere il pezzo si capisce che di improvviso non c’è stato proprio nulla. Ciò che è stato definito “raptus” era invece un gesto ampiamente annunciato. Penso ad uno degli ultimi casi: Rosaria Aprea, ventenne di Caserta, ridotta in fin di vita da un fidanzato geloso fino all’ossessione. Stordita dall’anestesia, ha avuto la forza di indicare il suo compagno come l’autore di quella violenza. Lo stesso che già due anni fa l’aveva mandata in ospedale, a furia di calci e pugni.
Ed è stata forse improvvisa, la morte di Maria Immacolata Rumi qualche settimana fa a Reggio Calabria? È arrivata in ospedale in fin di vita per le percosse subite. Il marito ha raccontato di averla trovata dolorante e “intronata” una volta tornato a casa. Ma gli stessi figli hanno dichiarato: “Nostro padre l’ha picchiata per tutta la vita, era geloso, non voleva che lavorasse”. Ecco perché parlare di morti improvvise appare addirittura grottesco. Sette donne su 10, prima di essere uccise, avevano denunciato una violenza o avevano chiamato il 118. E allora perché non sono state protette?
Dunque il più delle volte sarebbe meglio parlare di assassinii premeditati e di omissioni da parte di chi avrebbe potuto e dovuto tutelare le vittime.
Il comitato “Se non ora quando” di Reggio Calabria dopo l’omicidio di Maria Immacolata si è chiesto: tutto questo si sarebbe potuto evitare se fossero state rifinanziati case-rifugio o centri antiviolenza? Non potremo mai sapere se Maria Immacolata si sarebbe rivolta a queste strutture, ma di certo sappiamo che sono troppo poche in Italia. E che sono ancora meno quelle in grado di offrire ospitalità alle donne. Si parla di un posto ogni 10mila abitanti. Dunque non c’è più tempo da perdere: i soldi per rifinanziare i centri antiviolenza devono essere trovati.
Alcuni mi fanno notare che sarebbe utile introdurre un’aggravante per i casi di femminicidio. Altri, invece, sottolineano che non servono nuove norme, ma un’effettiva applicazione di quelle già esistenti. Se è così, allora bisogna capire dove e perché si inceppa il meccanismo dell’attuale legislazione. Si potrebbe dunque immaginare una sorta di monitoraggio dell’applicazione delle norme in materia di violenza alle donne. Monitoraggio che non rientra nelle mie competenze di presidente della Camera, ma che mi farò carico di sottoporre alla competente commissione Giustizia, presieduta dall’onorevole Donatella Ferranti, della quale conosco sensibilità e impegno su questo tema. Intanto può servire che l’Italia ratifichi la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne: il 27 di maggio andrà in aula alla Camera come richiesto dalle deputate dei più vari gruppi politici.
C’è poi la questione della violenza via web. Ciò che mi sta a cuore è che si eviti l’equazione secondo cui, se le minacce, gli insulti sessisti, avvengono sulla rete, sono meno gravi. Non è così: la rete invece amplifica e pensare di minimizzare vuol dire non aver capito la portata del danno che dal web può derivare sulla vita reale delle donne. Questo non significa, lo ripeto, invocare un bavaglio. Semplicemente far sì che le norme già esistenti possano trovare effettiva applicazione anche per la rete. Oggi invece false identità o server collocati all’altro capo del mondo offrono un comodo riparo.
Infine, l’utilizzo del corpo della donna nella pubblicità e nella comunicazione. L’Italia è tappezzata di manifesti di donne discinte ed ammiccanti, che esibiscono le proprie fattezze per vendere un dentifricio, uno yogurt o un’automobile. In tv i modelli femminili che vengono proposti in prevalenza sono la casalinga e la donna-oggetto, possibilmente muta e semi-nuda. Da lì alla violenza il passo è breve. Se smetti di essere rappresentata come donna e vieni rappresentata esclusivamente come corpo- oggetto, il messaggio che passa è chiarissimo: di un oggetto si può fare ciò che si vuole. E invece è proprio a tutto questo che bisogna dire no.
Vorrei farlo usando le parole di una donna, una poetessa messicana, Susanna Chavez. Per anni si era battuta contro rapimenti, violenze e femminicidi nella sua città, Juarez. Un impegno che ha pagato con la vita, due anni fa è stata uccisa anche lei nello stesso modo delle vittime che aveva tentato di difendere. “Ni una mas”, era il suo slogan, “Non una di più”.

Ebbene Boldrini coglie dei punti fondamentali del problema violenza sulle donne. E li coglie in modo lucido e preciso. Il primo è un fatto direi psichiatrico. La violenza agita contro una donna, quei fatti di cronaca che leggiamo ormai quotidianamente, sono, nella maggior parte dei casi, l’epilogo di una storia iniziata molto prima. Come afferma il presidente, in psichiatria il concetto di raptus quasi mai si associa al femminicidio. Tanti sono i segnali ed i prodromi che la vittima e chi le sta intorno coglie ben prima dell’evento tragico.

Chi agisce violenza nei confronti di una donna ha verosimilmente un problema psicologico ed in psicopatologia accade molto raramente  che il disagio o la malattia si manifesti improvvisamente.

Il secondo punto ben centrato dalla Boldrini è il concetto di donna = oggetto. Se diventa vera questa equazione nel pensiero del violento ne consegue che donna = oggetto = possesso. Questo è un cardine della malattia mentale, malattia intesa come patologia del pensiero che altera i rapporti interumani svuotandoli degli affetti (peculiarità che caratterizza l’essere umano) fino ad arrivare alle conseguenze estreme per cui quell’oggetto deve rispondere ai miei comandi altrimenti va “aggiustato”.

Per quanto riguarda le donne e aggiungerei anche i bambini, il meccanismo si complica. Le cose si fanno molto più articolate perché la storia, la cultura, il logos occidentale ed il pensiero religioso hanno da sempre “trattato” donne e bambini come esseri inferiori. In più di 2500 anni hanno anche tentato a più riprese di dimostrare questo assunto. Per questo motivo colgo l’occasione per invitare il Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini ad approfondire la questione, magari leggendo Bambino Donna e trasformazione dell’Uomo di Massimo Fagioli (L’Asino d’oro edizioni). Perché non si risolverà mai definitivamente il problema della violenza sulle donne se non si fa una ricerca sul pensiero e sulla cultura dell’uomo occidentale.

Come si può rifiutare la violenza sulle donne e poi andare a piazza San Pietro ad ascoltare il papa?

Parliamone Orfini, la mia risposta

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Gentile On. Orfini,
grazie per la possibilità della discussione sul web, e con ciò giungo al primo punto: Lei scrive di non aver spiegato a sufficienza perché non avete votato Rodotà. Ebbene mi lasci dire che NON lo avete spiegato per niente! Lei si ricorda ora che ha a disposizione un blog, twitter, oltre ai media tradizionali. Eppure quando avete deciso di votare Prodi un bel tweet lo ha scritto per avvisarci. Penso che oggi più che mai se si vuole comunicare qualcosa ci si riesce, se non ci si riesce forse non si vuole.
Addiveniamo al secondo punto: non avete votato Rodotà perché era il candidato del M5S, non ha preso le distanze dal movimento e non aveva i voti per essere eletto.
Partendo dalla fine, la vicenda ha dimostrato che nessun candidato da voi presentato aveva i voti, quindi…..
Per quanto riguarda il “Rodotà candidato del M5S” partiamo da un presupposto, io Le scrivo perché la ritengo persona intelligente, la prego di tenere viva in me questa speranza!
Forse con una metafora calcistica, tra uomini, ce la caviamo meglio: poniamo per ipotesi che Lei sia un tifoso della AS Roma, è come se ci dicesse che una volta arrivato allo stadio, per vedere la partita della sua squadra del cuore, siccome ha scoperto che erano venuti anche dei tifosi della Lazio a tifare la AS Roma allora Lei decide di non tifare più la sua squadra del cuore.
Si rende conto della stupidità di tale logica? Rodotà è un prodotto della sinistra, e non aveva alcun bisogno di prendere le distanze dal M5S, lo aveva già fatto in numerose interviste!
Sa cosa penso? Penso che i motivi di questo naufragio politico siano ben altri, se ha voglia di conoscerli legga pure il mio blog psycopress.wordpress.com
Stia sicuro di una cosa però, indipendentemente dalle spiegazioni di ciò che avete fatto la prossima volta, gli elettori di sinistra, se ne ricorderanno!