La malattia mentale Secondo la Psichiatria Forense

Eccoci qui di nuovo!

Mai abbassare la guardia cari miei. Mai un momento di relax, perché quando meno te lo aspetti ecco che i mezzi di comunicazione di massa ti sparano uno di quei messaggi. Questa volta nemmeno tanto subliminali, anzi!

Viene detto esplicitamente: un genitore che ammazza il/la figlio/a non è un malato di mente. Ma la cosa migliore del discorso criminale dello psichiatra in questione è quanto ci racconta per spiegarci che una persona può uccidere la propria prole senza essere un malato di mente: ad esempio un marito che vuole vendicarsi della propria moglie uccide la figlia per raggiungere tale scopo. Ebbene questo secondo il Dr. tal dei tali (preferisco non nominarlo nemmeno) NON è malattia mentale ma “tragica” normalità.

Vedete come è difficile? Non ci si può rilassare nemmeno un attimo perché i messaggi che la cultura (Uno Mattina sulla televisione di stato) veicola e che confondono la mente delle persone sono martellanti e bisogna avere occhi aperti e svegli per intercettarli e smascherarli immediatamente.

Si certo si potrebbe obiettare che il Dr. psichiatra forense parla da un punto di vista legale. Effettivamente in Psichiatria Forense il malato è colui che non è in grado di intendere e di volere oppure colui che rientra nei canoni delle diagnosi psichiatriche secondo l’ICD 9 (una versione europea del manuale dei disturbi americano DSM). Ma quando si parla dinnanzi ad una telecamera si ha il dovere di dare informazioni complete e comprensibili. Di certo non si può affermare che uccidere un figlio per vendicarsi della propria moglie non sia malattia mentale!

Arrivare ad un gesto simile, soprattutto con una motivazione come quella significa aver svuotato di umanità il proprio figlio, annullarlo completamente e contemporaneamente raggiungere un livello di odio tale da farlo diventare reazione fredda e lucido calcolo, completamente avulso da qualunque residuo di affettività, quindi di umanità. Ovvero l’essenza della malattia della mente!

I no di Laura Boldrini

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Sul quotidiano La Repubblica del 16/5 il presidente della Camera dei Deputati ci regala un estratto dell’intervento che ha letto ad un convegno: (fonte: http://spogli.blogspot.it)

I no che noi donne dobbiamo dire

CI SONO almeno due concetti che potrebbero essere evitati nelle cronache ormai quotidiane sulla violenza contro le donne.
Il primo è il concetto di “emergenza”. C’è infatti uno strano automatismo nel nostro Paese.
Secondo il quale se episodi analoghi e gravi si ripetono con una certa frequenza vuol dire che si deve rispondere con una logica emergenziale. Ed invece nel bollettino quotidiano dell’orrore contro mogli, fidanzate o amanti c’è una violenza stratificata e con radici profonde. Più aumentano i casi, più si dovrebbe ragionare in termini di problema strutturale e quindi culturale.
Il secondo concetto è quello di ‘raptus’, riportato spesso nei titoli dei giornali. Quando però si va a leggere il pezzo si capisce che di improvviso non c’è stato proprio nulla. Ciò che è stato definito “raptus” era invece un gesto ampiamente annunciato. Penso ad uno degli ultimi casi: Rosaria Aprea, ventenne di Caserta, ridotta in fin di vita da un fidanzato geloso fino all’ossessione. Stordita dall’anestesia, ha avuto la forza di indicare il suo compagno come l’autore di quella violenza. Lo stesso che già due anni fa l’aveva mandata in ospedale, a furia di calci e pugni.
Ed è stata forse improvvisa, la morte di Maria Immacolata Rumi qualche settimana fa a Reggio Calabria? È arrivata in ospedale in fin di vita per le percosse subite. Il marito ha raccontato di averla trovata dolorante e “intronata” una volta tornato a casa. Ma gli stessi figli hanno dichiarato: “Nostro padre l’ha picchiata per tutta la vita, era geloso, non voleva che lavorasse”. Ecco perché parlare di morti improvvise appare addirittura grottesco. Sette donne su 10, prima di essere uccise, avevano denunciato una violenza o avevano chiamato il 118. E allora perché non sono state protette?
Dunque il più delle volte sarebbe meglio parlare di assassinii premeditati e di omissioni da parte di chi avrebbe potuto e dovuto tutelare le vittime.
Il comitato “Se non ora quando” di Reggio Calabria dopo l’omicidio di Maria Immacolata si è chiesto: tutto questo si sarebbe potuto evitare se fossero state rifinanziati case-rifugio o centri antiviolenza? Non potremo mai sapere se Maria Immacolata si sarebbe rivolta a queste strutture, ma di certo sappiamo che sono troppo poche in Italia. E che sono ancora meno quelle in grado di offrire ospitalità alle donne. Si parla di un posto ogni 10mila abitanti. Dunque non c’è più tempo da perdere: i soldi per rifinanziare i centri antiviolenza devono essere trovati.
Alcuni mi fanno notare che sarebbe utile introdurre un’aggravante per i casi di femminicidio. Altri, invece, sottolineano che non servono nuove norme, ma un’effettiva applicazione di quelle già esistenti. Se è così, allora bisogna capire dove e perché si inceppa il meccanismo dell’attuale legislazione. Si potrebbe dunque immaginare una sorta di monitoraggio dell’applicazione delle norme in materia di violenza alle donne. Monitoraggio che non rientra nelle mie competenze di presidente della Camera, ma che mi farò carico di sottoporre alla competente commissione Giustizia, presieduta dall’onorevole Donatella Ferranti, della quale conosco sensibilità e impegno su questo tema. Intanto può servire che l’Italia ratifichi la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne: il 27 di maggio andrà in aula alla Camera come richiesto dalle deputate dei più vari gruppi politici.
C’è poi la questione della violenza via web. Ciò che mi sta a cuore è che si eviti l’equazione secondo cui, se le minacce, gli insulti sessisti, avvengono sulla rete, sono meno gravi. Non è così: la rete invece amplifica e pensare di minimizzare vuol dire non aver capito la portata del danno che dal web può derivare sulla vita reale delle donne. Questo non significa, lo ripeto, invocare un bavaglio. Semplicemente far sì che le norme già esistenti possano trovare effettiva applicazione anche per la rete. Oggi invece false identità o server collocati all’altro capo del mondo offrono un comodo riparo.
Infine, l’utilizzo del corpo della donna nella pubblicità e nella comunicazione. L’Italia è tappezzata di manifesti di donne discinte ed ammiccanti, che esibiscono le proprie fattezze per vendere un dentifricio, uno yogurt o un’automobile. In tv i modelli femminili che vengono proposti in prevalenza sono la casalinga e la donna-oggetto, possibilmente muta e semi-nuda. Da lì alla violenza il passo è breve. Se smetti di essere rappresentata come donna e vieni rappresentata esclusivamente come corpo- oggetto, il messaggio che passa è chiarissimo: di un oggetto si può fare ciò che si vuole. E invece è proprio a tutto questo che bisogna dire no.
Vorrei farlo usando le parole di una donna, una poetessa messicana, Susanna Chavez. Per anni si era battuta contro rapimenti, violenze e femminicidi nella sua città, Juarez. Un impegno che ha pagato con la vita, due anni fa è stata uccisa anche lei nello stesso modo delle vittime che aveva tentato di difendere. “Ni una mas”, era il suo slogan, “Non una di più”.

Ebbene Boldrini coglie dei punti fondamentali del problema violenza sulle donne. E li coglie in modo lucido e preciso. Il primo è un fatto direi psichiatrico. La violenza agita contro una donna, quei fatti di cronaca che leggiamo ormai quotidianamente, sono, nella maggior parte dei casi, l’epilogo di una storia iniziata molto prima. Come afferma il presidente, in psichiatria il concetto di raptus quasi mai si associa al femminicidio. Tanti sono i segnali ed i prodromi che la vittima e chi le sta intorno coglie ben prima dell’evento tragico.

Chi agisce violenza nei confronti di una donna ha verosimilmente un problema psicologico ed in psicopatologia accade molto raramente  che il disagio o la malattia si manifesti improvvisamente.

Il secondo punto ben centrato dalla Boldrini è il concetto di donna = oggetto. Se diventa vera questa equazione nel pensiero del violento ne consegue che donna = oggetto = possesso. Questo è un cardine della malattia mentale, malattia intesa come patologia del pensiero che altera i rapporti interumani svuotandoli degli affetti (peculiarità che caratterizza l’essere umano) fino ad arrivare alle conseguenze estreme per cui quell’oggetto deve rispondere ai miei comandi altrimenti va “aggiustato”.

Per quanto riguarda le donne e aggiungerei anche i bambini, il meccanismo si complica. Le cose si fanno molto più articolate perché la storia, la cultura, il logos occidentale ed il pensiero religioso hanno da sempre “trattato” donne e bambini come esseri inferiori. In più di 2500 anni hanno anche tentato a più riprese di dimostrare questo assunto. Per questo motivo colgo l’occasione per invitare il Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini ad approfondire la questione, magari leggendo Bambino Donna e trasformazione dell’Uomo di Massimo Fagioli (L’Asino d’oro edizioni). Perché non si risolverà mai definitivamente il problema della violenza sulle donne se non si fa una ricerca sul pensiero e sulla cultura dell’uomo occidentale.

Come si può rifiutare la violenza sulle donne e poi andare a piazza San Pietro ad ascoltare il papa?

Sinistra, Psichiatria e feste dell’Unità

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Domenica 20 gennaio lo Psichiatra Luigi Cancrini ha pubblicato su L’Unità una recensione del libro Left 2009 di Massimo Fagioli dal titolo: Psichiatria liberata, Dalla cura dei pazienti all’impegno a sinistra La recensione dell’ultimo libro di Massimo Fagioli Left 2009

7.7 Roma.  Massimo Fagioli, psichiatra dell'Analisi Collettiva.

Cancrini e Fagioli si conoscono da tempo, fanno parte di quella generazione di psichiatri che ha traghettato la medicina della mente dal dopo guerra al nuovo millennio. Hanno vissuto la nascita degli psicofarmaci, lo sviluppo delle psicoterapie e la tanto discussa legge 180 con la relativa chiusura dei manicomi e con la nascita dei servizi di assistenza territoriale.

Cancrini è un dei tre maggiori esponenti del filone della psicoterapia ad approccio sistemico-relazionale, anche conosciuta come psicoterapia famigliare insieme a Carmine Saccu e Maurizio Andolfi. Cura una rubrica quotidiana sul giornale fondato da Gramsci ed ha avuto delle esperienze concrete di impegno politico anche come deputato nella XV legislatura.

I due hanno battuto strade molto diverse tra loro ma l’ultima occasione di incontro, durante la festa dell’Unità a Roma lo scorso anno, è stato un buon pretesto per iniziare un dialogo tra approcci diversi che cercano di arrivare allo stesso obiettivo: la cura della malattia mentale.

Con questo articolo Cancrini coglie lo spunto della pubblicazione dell’ultimo libro di fagioli per continuare quel confronto di idee iniziato durante il loro ultimo incontro. Sono molti gli spunti interessanti che vi lascerà la lettura della recensione, molte sono le cose condivise ed alcune domande di Cancrini aspettano risposte. Importante è però sottolineare come l’atteggiamento dell’autore sia quello di cercare i punti di contatto tra le diverse teorizzazioni perchè c’è bisogno di buona Psichiatria e perchè una certa ricerca sull’identità umana è possibile solo a sinistra.

Cancrini sembra ben cogliere uno dei nuclei centrali della teorizzazione Fagioliana quando scrive:

“È nelmomento della nascita, continua Massimo, che si sperimenta per la prima volta la separazione e la «fantasia di sparizione» che ad essa naturalmente si collega: esperienza e fantasia che indissolubilmente legate verranno vissute e rivissute ancora per tante volte (pag. 36) nell’abbandonare, nell’allontanarsi dai luoghi, cose o persone, sapendo che «il movimento della mente può attuarsi anche quando il corpo è fermo» e sapendo (questo l’aggiungo io) che sta proprio nell’eccesso e nella violenza di queste separazioni dall’oggetto mentale di riferimento l’origine di quelli che si configureranno come disturbi psichiatrici. Nel bambino e più tardi, se non si interviene in tempo, nell’adulto.”

Sul concetto di violenza nelle separazioni bisognerebbe approfondire. La rivoluzione copernicana della teoria di Fagioli è sicuramente lì, nella scoperta della “violenza” nella dinamica non cosciente di rapporto tra esseri umani che non è sadismo ma pulsione di annullamento, cioè capacità di rendere inesistente ciò che è esistente.

Avremo modo, forse più avanti, di confrontarci con gli altri su queste scoperte. Volentieri lo faremmo con Cancrini.

C’è solo un punto che non si riesce proprio a superare, la separazione dal Padre sembra difficile per i più. Cancrini scrive anche:

l’intuizione geniale di Freud propose con chiarezza l’idea per cui il disturbo psichiatrico riguarda la mente e non il corpo, la storia e la vita della persona invece che il substrato organico del suo funzionamento.”

L’affermazione è ampiamente discutibile. Freud parlava delle psicosi come di quelle malattie ad origine organica e proprio per questo non dovevano essere trattate dalla psicanalisi. Aveva ipotizzato il progresso delle neuroscienze e la nascita degli psicofarmaci.

In realtà molti prima di lui avevano cercato l’origine della malattia del pensiero in altri lidi, diversi dal soma, basti pensare all’esperienza di Mesmer ad esempio.

Una cosa va detta al Professor Cancrini, sono lieto che ci sia la possibilità di dialogare, finalmente, tra operatori del settore al di là delle differenze di approccio ma senza la presa di coscienza della frode Freudiana il dialogo sarà sempre castrato nelle sue possibilità di sviluppo.

Buona lettura a tutti.